Due giorni a Genova di Donatella Olivieri

1 e 2 marzo 2007

Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare. (Ivano Fossati)

Genova. Sempre solo di passaggio in attesa di coincidenze di treni, a tutte le ore, verso tante destinazioni, gironzolando nella Stazione di Piazza Principe.
Oggi mi fermo, esco nel piazzale alla scoperta della città. Oggi per me, finalmente, Genova sarà.

Prima tappa: la sede dell’Associazione DLF Genova, in Via Andrea Doria, praticamente dietro la stazione. Ha davanti il mare, la Stazione Marittima e la fermata della Metro. 

La sede è ampia e luminosa, dalle finestre si vedono la Lanterna e il Matitone: la Lanterna è il faro portuale del capoluogo della Liguria, la città un tempo definita la Superba o Dominante dei mari; la Lanterna è anche il simbolo principe cittadino, quasi un totem alla genovesità. Il Matitone è un singolare grattacielo a forma di lapis, oggi sede anche di parte dell’amministrazione comunale e di numerose aziende.

Incontro Rosaria Augello, Presidente dell’Associazione DLF Genova, Sebastiano Lopes e Roberto Pratolongo, suoi collaboratori: mi hanno accolto, intrattenuto, rifocillato. Li conosco da tempo, è un piacere ritrovarsi.
Non voglio distoglierli dal loro lavoro e allora e decido di visitare la città, cartina alla mano, nel mio lungo pomeriggio genovese.
Inizio il percorso canonico dalla stazione al centro storico: Via Balbi, Via Cairoli, Via Garibaldi. Su una targa apposta in Via Garibaldi leggo: 

“Il 13 luglio 2006 il sito ‘Genova: le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli’ è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Conserva spazi urbani unitari di epoca tardo-rinascimentale e barocca, fiancheggiati da oltre 100 palazzi di famiglie nobiliari cittadine. Le maggiori dimore, varie per forma e distribuzione, erano sorteggiate in liste ufficiali (rolli) per ospitare le visite di Stato. 
I palazzi, spesso eretti su suolo declive, articolati nella sequenza: atrio-cortile-scalone-giardino e ricchi di decorazioni interne, esprimono una singolare identità sociale ed economica, che inaugura l’architettura urbana di età moderna in Europa. 
Essi formano un contesto urbano composto principalmente da due assi residenziali, le cosiddette Strade Nuove (Via Garibaldi e Via Balbi), realizzate dalle maggiori famiglie della nobiltà, che costruiscono le proprie dimore ai margini della città storica in due successivi periodi (XVI-XVII secolo). 
Le Strade Nuove, che costituiscono per l’uniformità dell’impianto urbanistico e per le caratteristiche architettoniche dei palazzi uno straordinario modello di lottizzazione residenziale nobiliare unitaria, sono rimaste al centro della città contemporanea, in posizione di cerniera tra le vie medioevali a sud e le strutture di traffico contemporanee a nord, come il frammento più prezioso dell’anello cinque-seicentesco”.

I palazzi delle Strade Nuove mi incantano, cammino a naso in su, entro negli androni, nei cortili, godo del restyling urbanistico, compiuto specie nel centro storico e nella zona del Porto antico, che Genova ha intrapreso per prepararsi a raccogliere la sfida che nel 2004 l’ha vista designata Capitale Europea della Cultura da parte dei governi dell’Ue, assieme alla francese Lille. 
In quell’anno la città ha predisposto - attraverso un apposito comitato - un calendario di manifestazioni teso non ad esaurirsi nell’arco di un solo anno quanto piuttosto a valorizzare in prospettiva futura le proprie ricchezze artistiche ed architettoniche.

Con la Salita Santa Caterina raggiungo il Palazzo Doria Spinola, sede di Provincia e Prefettura, e, scendendo da Via Roma, m’imbatto nella Galleria Mazzini: un camminamento coperto con i tanti locali e negozi affacciati e gli innumerevoli tavoli con oggetti d’antiquariato in vendita posti lungo tutto lo spazio al centro della Galleria. Era nell’Ottocento luogo di ritrovo di intellettuali e personalità illustri. 

Uscita da lì, eccomi al cospetto del monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, di fronte al Teatro Carlo Felice. Inaspettatamente, mi si apre davanti l’ampio spazio di una piazza su cui si affacciano imponenti costruzioni: è Piazza De Ferrari, la principale piazza di Genova. Con la sua monumentale fontana è la vera e propria agorà cittadina. 

Uno dei suoi lati è occupato da Palazzo Ducale, un altro dei principali edifici storici genovesi. Già sede del dogato dell’antica Repubblica, è attualmente uno dei principali poli museali del capoluogo ligure. Palazzo Ducale ha visto completare il suo restauro in occasione delle Colombiadi del 1992 con cui vennero commemorati Cristoforo Colombo ed il cinquecentenario della scoperta dell’America. 

Poco distante la Chiesa del Gesù (o, più precisamente, Chiesa dei Santi Ambrogio e Andrea, eretta tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, su progetto del gesuita Giuseppe Valerani), dove ho ammirato due bellissime pale d’altare eseguite da Peter Paul Rubens (Siegen, Vestfalia, 1577 - Anversa, 1640) per Niccolò Pallavicino: “Circoncisione” (1605) e “Sant’Ignazio guarisce un’ossessa” (1615). Il corredo artistico - specie quello pittorico - custodito dal Gesù è uno fra i più importanti delle chiese genovesi; vi si trovano pregevoli opere di Guido Reni, Simon Vouet, Domenico Piola, Andrea Pozzo, ecc. 

Cartina alla mano, raggiungo da lì la chiesa di San Lorenzo, la cattedrale della diocesi di Genova. È stata consacrata al santo nel 1118 da Papa Gelasio II. È una chiesa medioevale costruita tra il 1100 (le fiancate e i portali laterali di epoca romanica) e la fine del XIV secolo. La facciata presenta i portali gotici per i quali furono chiamate maestranze francesi nel secondo decennio del XIII secolo e, sopra, il paramento a fasce bianche e nere, tipico del gotico locale genovese. L’interno del duomo è a tre navate. La navata centrale è rivestita di marmo. Le colonne che dividono le navate sono sormontate da finti matronei. 
Nella navata destra si trova una granata che il 9 febbraio 1941 colpì la chiesa in un bombardamento da parte degli inglesi, durante la seconda guerra mondiale. La granata sfondò il tetto della cattedrale senza esplodere. 
Lungo la navata sinistra si trova la (notevole!)
cappella di San Giovanni Battista,
un trionfo di marmi gotici, costruita negli anni tra il 1450 e il 1465.

Continuo il mio viaggio medievale fino alla piccola chiesa di San Matteo, anche questa a fasce bianche e nere, e poi mi immergo nel dedalo di vicoli, salite, scale, piazzette intorno alla Maddalena, San Luca e Piazza Banchi: questa in particolare, nata come cuore commerciale e finanziario di Genova, ha una strana chiesa sopraelevata, un fatto curioso ma non casuale, dal momento che la costruzione non fu eseguita in questo modo per una ricerca estetica ma per poter vendere ai commercianti i negozi del piano terra. 

Nella zona di Via della Maddalena ricordo un susseguirsi di locali arabi, africani, orientali e poi, toh! una tipica birreria bavarese, un’antica erboristeria, i forni che vendono focaccia, negozi che offrono salse in vasetto di tutti i tipi, una tripperia in stile anni ‘50! 
Noto una confetteria dall’elegante arredo ottocentesco ed entro a comprare alcune delizie. 

Scopro così un mondo. Scopro che esiste un’arte genovese della canditura e che i metodi di produzione dei confettieri genovesi sono ancora oggi fedeli ai ricettari dell’antica figura professionale del “confiseur-chocolatier”. 
La confetteria è una fabbrica dove la frutta, i fiori, gli aromi e i colori vengono lavorati con lo zucchero; nell’Ottocento tutte le grandi confetterie europee divennero anche cioccolaterie. Nella seconda metà del ‘700 il confettiere, divenuto poi anche cioccolatiere, fabbricava allora i prodotti di zucchero, le marmellate, la frutta candita, gli sciroppi e i liquori. Questi prodotti di confetteria di derivazione orientale, che le Crociate introdussero in Europa, e nella cui preparazione Genova medioevale e rinascimentale già eccelleva, raggiunsero nel ‘700, grazie ai francesi, una raffinatezza fino ad allora sconosciuta. I negozi dei confettieri parigini erano presi ad esempio nelle città importanti d’Italia, soprattutto Genova e Torino. Fu così che i confettieri genovesi si ispirarono a Parigi nella costruzione dei negozi, ricchi di marmi e legni pregiati. I figli seguirono le impostazioni dei padri, sviluppandone le intuizioni e portando la confetteria a occupare un posto di rilievo nella produzione dolciaria genovese. 

Girando per vie e vicoli, ho notato, inoltre, un gran numero di negozi, molti più che altrove, che vendono bambole da collezione e fate, folletti, gnomi, troll: personaggi legati a leggende e letteratura del nord Europa e oggetti ispirati al recente rinnovato successo della saga “Il Signore degli Anelli”.

Girando ancora per vie e vicoli, ho incontrato giovani donne straniere in piedi davanti al portone di casa, dall’atteggiamento inequivocabile, e ho incontrato uomini di tutte le razze fermi a chiacchierare a due o in piccoli gruppi oppure indaffarati in qualcosa. 

Ormai è buio. Meglio tornare in albergo.

Il giorno dopo, venerdì 2 marzo, ho un appuntamento la mattina con la Responsabile di Servizi al Pubblico, Comunicazione e Promozione dei Musei Civici di Genova, Gabriella Taravacci, e con la sua collega, Armanda Piccardo

Mi accompagna Sebastiano Lopes. Gli uffici comunali del Settore Musei si trovano all’interno dell’Accademia Ligustica di Belle Arti. Nello scalone dello storico palazzo si sente un buon odore di colori, oli, diluente e si incontrano ragazzi vestiti in modo estroso. 

Nel proficuo incontro abbiamo potuto scambiare idee e accordarci su intenti futuri (L’Associazione Nazionale DLF ha stipulato con il Comune di Genova nel 2005 una convenzione per l’accesso ai Musei Civici). Sono ufficialmente ospite dei Musei Civici di Genova e ho ancora buona parte del giorno per vedere il più possibile! 

Salutato Sebastiano, mi dirigo ai Musei di Strada Nuova. Originati dalle munifiche donazioni di Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera che assegnò alla città nel 1874 il Palazzo Rosso e nel 1884 il Palazzo Bianco, e dalla volontà dell’Amministrazione comunale di destinare ad uso museale e di alta rappresentanza il piano nobile di Palazzo Tursi, i Musei di Strada Nuova costituiscono oggi un polo espositivo integrato. Accolgono collezioni d’arte del periodo tra Quattro e Ottocento, arredi storici, sale affrescate, opere di artisti italiani, molte di artisti della scuola genovese, e un sorprendente numero di quadri di artisti fiamminghi del XV-XVIII secolo.

A Palazzo Rosso sono rimasta incantata dalle grandi tele dei ritratti della famiglia Brignole-Sale realizzati da Anton Van Dyck (Anversa, 1599 - Londra, 1641) negli anni della sua permanenza genovese, tra il 1621 e il 1626. A Genova Van Dyck trova una città in rigoglioso sviluppo economico e artistico. La fama che lo accompagna, dovuta all’essere allievo di Rubens, gli procura molti ingaggi nella buona società genovese. In un anno egli ritrae gli esponenti maggiori dell’aristocrazia e della nascente borghesia mercantile. Nei ritratti che gli vengono commissionati esalta bellezza e vigoria fisica, splendori di vesti, ricchi panneggi, accontentando così i suoi committenti nei quali vi era il desiderio di essere immortalati come figure simbolo di valori caratteristici di una nobiltà antichissima anche quando, ed è nella maggioranza dei casi, essa è assolutamente assente.

Gli addetti alla custodia delle opere, gentili e disponibili, mi accompagnano via via nella visione delle numerose stanze. Mi offrono la possibilità di assistere allo strepitoso spettacolo dei tetti di Genova salendo con un ascensore sulla terrazza più alta di Palazzo Rosso. E’ una giornata di sole e godo davvero di un momento emozionante!

A Palazzo Bianco posso ammirare, tra l’altro, i “Gioielli di filo”, merletti realizzati tra XIX e XX secolo, in mostra ancora per pochi giorni, e poi a Palazzo Tursi, passando dai giardini interni, seguo il “Percorso delle arti decorative e della città mercantile”, che comprende la Collezione Numismatica, la Collezione Pesi e Misure di Genova, la Collezione di Ceramiche liguri, la Sala degli Arazzi, la raccolta di ceramiche e strumenti vari delle Farmacie tra XV-XVIII secolo, che i Musei di Strada Nuova propongono nel tentativo di rimarcare il legame fra la magnificenza privata, artistica, architettonica e ambientale e la civiltà che l’ha prodotta.

Il percorso conduce, infine, al famoso violino, un Guarnieri del Gesù, appartenuto ad uno fra i maggiori violinisti di tutti i tempi, Niccolò Paganini, nato a Genova nel 1782 (morto a Nizza nel 1840). La città è proprietaria del violino, da Paganini stesso chiamato “Il cannone”, per lascito testamentario. È conservato presso il Comune assieme ad un altro violino copia del “cannone” fatto costruire da Paganini e regalato al suo unico allievo Camillo Sivori. 

Alla fine del percorso esco sul monumentale cortile loggiato di Palazzo Doria Tursi, sede del Comune.

Lasciati i Musei di Strada Nuova, dopo aver consumato un pasto sfizioso nell’ottimo Histoire Café Garibaldi, è l’ora di concentrare tutta la mia attenzione al Castello d’Albertis che raggiungo, ripercorrendo Via Garibaldi, Via Cairoli, Via Balbi, grazie all’ascensore Montagalletto, l’impianto realizzato nel 2004 che collega via Balbi a corso Dogali, dove si trova il Castello d’Albertis Museo delle Culture del Mondo
Magnifico punto panoramico sulla città, il Castello è stato costruito a fine ‘800 in stile eclettico dal
Capitano Enrico Alberto d’Albertis (Genova 1846-1932) su fortificazioni cinquecentesche ed è stato da lui donato alla città di Genova insieme a quanto conteneva: i bizzarri arredi, carte nautiche, trofei di caccia, alabarde e armi, orologi solari, fotografie e ricordi di viaggio, oggetti d’Africa, America, Oceania e Asia raccolti dal Capitano. Viaggiatore impenitente, dilettante archeologo e naturalista, costruttore di meridiane, appassionato di armi, fotografo e cacciatore, scrittore ed erudito a tutto campo, egli concretizza nel castello un mondo tra neogotico ed esotico per una vita all’insegna della memoria, pregna di “genovesità”, amore per il mare e curiosità per l’ignoto e l’intentato.

Il Museo delle Culture del Mondo è anche Museo delle Musiche dei Popoli: nel Castello si trova un’esposizione permanente di strumenti musicali rappresentativi di tradizioni colte e popolari, curato da Echo Art. La mostra LA FORMA DELLA MUSICA. Strumenti e tradizioni musicali in Cina”, realizzata a cura di CELSO Istituto di Studi Orientali - Dipartimento Studi Asiatici, esposta in questo luogo fino all’11 marzo, è stata anche il motivo principale che mi ha portato a Genova. In questa straordinaria visita al Castello d’Albertis, alle collezioni etnografiche, alla raccolta di oggetti precolombiani, ai reperti archeologici della Collezione Lunardi, alle Sale arredate a tema dal Capitano, all’esposizione di strumenti musicali, alla mostra sulla Cina mi accompagna Orietta Veronesi, preziosa e gentilissima guida.

Fuori dal Castello non torno giù in ascensore, ma scendo da Corso Dogali a piedi per avere il tempo di ripensare a quanto visto e per continuare a guardarmi intorno.
Ecco Piazza della Nunziata. Ed ora al mare, a Porto antico!

Il Porto antico è una parte del porto di Genova attualmente adibita a quartiere abitativo, centro turistico, culturale e di servizi. Il suo riadattamento è stato portato a termine nei primi anni novanta sulla superficie di quello che un tempo era il cuore dell’attività portuale, regno dei camalli (il termine dialettale camallo veniva usato fino a pochi decenni or sono per indicare gli scaricatori delle navi nel porto di Genova, che diedero vita ai primi movimenti operai e sindacali del ‘900 e alla cooperativa di lavoratori portuali, la Compagnia dei Caravana) e che era rimasto da molti decenni di fatto inutilizzato.

L’area interessata - detta anche Area Expo - si estende dalla Piazza Caricamento, dove ha sede l’antico Palazzo San Giorgio, fino alla punta del Molo Vecchio. E’ considerata il nuovo waterfront della Genova del terzo millennio. Il suo totale restauro è stato completato nel 1992 su progetto dell’architetto Renzo Piano, in occasione delle celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell’America (Colombiadi).

Nel 1992 Genova ha celebrato le Colombiadi con una esposizione dedicata al mare. Come punto centrale tematico, è stata progettata una grande struttura permanente, simile ad una gru navale, di sostegno ad una membrana di tessuto al di sopra di una piazza pubblica e per sostenere un ascensore panoramico. Per la struttura è stato adottata l’antica parola genovese che indica una gru navale, “bigo”. Il Bigo è un monumento moderno in metallo, un esperimento di design creato come scenografia del Porto antico. La sua base è in acqua. La sua struttura sorregge un ascensore panoramico rotante, dal quale si può godere dall’alto lo spettacolo della città che si affaccia sul mare.

Gli interventi urbanistici, le opere architettoniche, i restauri, i recuperi di aree verdi compiuti a Genova dai primi anni novanta ad oggi sono tappe di un cambiamento radicale, di una vera e propria metamorfosi della città che in pochi anni ha ribaltato un immobilismo protrattosi per oltre un secolo e mezzo.

Dalle originarie banchine portuarie ormai dismesse si è passati ad una zona multi-funzionale legata prevalentemente al tempo libero: la Marina (il porticciolo turistico in grado di accogliere centinaia di imbarcazioni da diporto), l’Acquario, il complesso cinematografico multisala presso gli ex Magazzini del cotone, la Città dei Bambini, la Biblioteca “E. De Amicis”, il Museo dell’Antartide, la pista di pattinaggio sul ghiaccio a Piazza delle Feste sono solo alcuni esempi delle funzioni che hanno dato vita all’area dell’ex Expo Colombiana ed oggi gestita dalla Porto Antico di Genova SpA.

Proseguendo verso ponente, La Darsena, un tempo zona di ricovero e manutenzione per i mezzi navali militari, oggi ospita la Facoltà di Economia e Commercio e il Galata Museo del Mare: quattro piani circondati da vetrate per un grande padiglione dedicato al mare e alla navigazione. E’ pomeriggio inoltrato, ma devo visitarlo a tutti i costi.

Al piano terra, “Epoca del remo”, si incontra la sala dedicata a Cristoforo Colombo, il Libro dei Privilegi, in cui sono documentati i riconoscimenti e i titoli conferiti a lui dai re spagnoli, i modelli delle caravelle realizzati in legno, una ricostruzione dell’armeria della Darsena, la descrizione della vita dei rematori delle galee: schiavi, forzati e buonavoglia (uomini che volontariamente si erano arruolati per procurarsi da vivere) e, soprattutto, posta sullo scivolo originario usato per il varo delle navi, si trova la grande Galea del ‘600, fedele ricostruzione di una nave del XVII secolo.

Al primo e secondo piano, “Età della vela”, sono esposti preziosi mappamondi, un gran numero di modelli di vascelli, galeoni, brigantini, golette, la ricostruzione di un cantiere navale di fine ‘800 e la simulazione della conduzione di una barca nel mezzo di una tempesta al largo di Capo Horn. 

Il terzo piano ospita le mostre “Transatlantici italiani. 1860-1945”, un viaggio nella memoria ricreato con effetti cinematografici e immagini d’epoca, e “Yachts portraits”, la collezione di dipinti di Beppe Croce (Genova 1914-1986), presidente dello Yacht Club italiano di Genova e presidente della Federazione Italiana Vela dal 1957 al 1981.

Salgo al quarto piano, l’esperienza più emozionante: il soffitto non c’è e le pareti sono trasparenti. Sono nel mezzo di Genova al tramonto, immersa in una luce dorata. Ho le colline da una parte, il mare e il porto dall’altra e la città tutt’intorno. Mi stupisce che nessuno oltre me sia lì a godere di questa vista.

Resterei sulla terrazza fino al calare del sole, ma devo scendere in fretta perché è prossimo l’orario di chiusura e devo ancora vedere l’Acquario. Percorro velocemente lo spazio del Porto antico, superando la Marina, il grande Galeone usato sul set cinematografico di “Pirati (1986, regia di Roman Polanski), commerci a terra di borse e chincaglierie da parte di extracomunitari, poi bar, ristori, negozi… Appena in tempo!

L’Acquario di Genova è un museo vivente che ospita circa 10.000 esemplari di 800 specie marine diverse (pesci, animali marini, crostacei, rettili) e 200 specie di vegetali. E’ una struttura spettacolare, unica in Europa per le dimensioni delle sue sessantuno vasche che contengono circa quattro milioni di litri d’acqua e che riproducono, nel massimo rispetto dell’equilibrio biologico, l’habitat del Mediterraneo e degli Oceani.

Compro regalini nel negozio interno all’Acquario e quando esco è buio. 

Passeggio sul molo e mi appare da lontano in tutto il suo fascino la grande Sfera in vetro e acciaio, illuminata, situata in mare accanto all’Acquario: ospita farfalle, iguane, felci e piante tropicali. È stata progettata da Renzo Piano e inaugurata nel 2001 come simbolo del mondo in occasione del Vertice del G8 tenutosi a Genova.
Parecchie opere pregevoli vennero progettate e realizzate a Genova in vista del G8, ma poi gli episodi di violenza, sfociati nei gravi tumulti di piazza e nei tragici fatti di Piazza Alimonta, avvenuti nei giorni dal 20 al 22 luglio 2001 in concomitanza con la contestata riunione, hanno reso questo evento una delle pagine più dolorose della storia di Genova (e d’Italia).

Il Porto antico è costeggiato nel lato a monte - e per la sua interezza – da due strade parallele: quella a ridosso dell’agglomerato urbano e la sopraelevata. Lascio dietro di me il Porto antico, attraverso la strada e mi trovo nei pressi di Sottoripa e dei suoi portici, l’antichissima strada che correva lungo la riva (o ripa) del mare. E’ buio, si avvicina l’ora di chiusura dei negozi, c’è molta animazione, tra passanti, turisti, banchi di vendita che stanno per smontare. Percorro questo ricettacolo di razze, culture e colori, passando davanti ad ogni sorta di commercio, fino alla Porta dei Vacca (dal cognome di una famiglia che aveva la propria residenza nelle vicinanze), antico ingresso della città, facente parte della cinta muraria di Genova, costruita tra 1155 e il 1159.

Proseguo oltre in cerca di una trattoria che mi hanno consigliato e che si trova nei pressi del Palazzo del Principe, di nuovo su, verso la Stazione Marittima e quella FS: non posso tornare in stazione e salire sul treno verso casa senza aver prima gustato i pansoti au preboggion, ravioli alle erbe conditi con salsa di noci, e bevuto del buon vino rosso locale!

Ecco, tutto è compiuto. Immagino che debba essere bellissimo arrivare a Genova in nave. Però, anche se non ho potuto guardarla dal mare, Genova mi ha investito con tutta la potenza della sua storia, delle sue peculiarità, dei suoi contrasti e non vedo l’ora di tornarci per andare in tutti i luoghi che non ho potuto raggiungere.

Uno di questi è sicuramente il Cimitero monumentale di Staglieno, per visitare, sì, la tomba di Giuseppe Mazzini, ma soprattutto per rendere omaggio ad uno dei grandi poeti del nostro tempo: Fabrizio De Andrè.

 

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